intervista di Luca Bizzarri
da liberazione.it
Bolzano
«A cosa vale la pena resistere?». Fino al 1° maggio c’è a Bolzano il primo Festival delle Resistenze contemporanee, una settimana di incontri aperti per attualizzare la Resistenza partigiana alla luce delle forme di resistenza dei nostri tempi. Tra i relatori, i preti antimafia, Luca Mercalli, Gian Antonio Stella, David Riondino, Paolo Rossi e il vicepresidente di Slow Food Italia Silvio Barbero. Proprio Barbero ha aperto la giornata delle “Resistenze all’omologazione” che ha portato a Bolzano le istanze di un’associazione sempre meno club gastronomico e sempre più connotata come movimento sociale che fa politica agricola e alimentare e che vuole, insieme al diritto al piacere e alla convivialità, portare avanti progetti ed esperienze virtuose.
Iniziamo proprio dal diritto al piacere come principio democratico per interpretare la realtà affinché possiamo essere in grado di compiere scelte alimentari consapevoli. Perché mangiare è diventato oggi più che mai un atto politico dirompente?
Nella società attuale assistiamo a meccanismi indotti da atteggiamenti conformistici che intendono la ricerca del piacere attraverso elementi estremi e dissacranti. Noi riteniamo che la ricerca del piacere possa avvenire grazie soprattutto alla capacità di utilizzare fino in fondo i nostri sensi e la conoscenza del cibo. Dire, quindi, che la ricerca del piacere, e il connesso diritto al piacere, è un diritto universale vuol dire proprio riscoprire ciò che la globalizzazione e l’omologazione alimentare vogliono distruggere. Il diritto al piacere è come il diritto alla felicità, è un elemento di democrazia e non un concetto elitario riservato soltanto a pochi eletti. Tutto questo ci viene tramandato dalla cultura contadina che credeva in riti sociali quali l’incontro, la convivialità o la solidarietà e che si esprimeva anche attraverso il cibo come elemento fondamentale della qualità della vita.
Una delle caratteristiche principali dell’omologazione alimentare consiste proprio nella negazione delle diversità culturali e della biodiversità, che risulta invece centrale nella filosofia di Slow Food Italia.
Per noi é fondamentale affermare che la produzione e gli stili alimentari sono fortemente connotati culturalmente e questa cultura è fatta anche dei saperi tradizionali, che non sono un retaggio del passato, ma possono rappresentare un’indicazione fondamentale per un futuro sostenibile. Nel recupero dei saperi tradizionali e delle nostre radici sta anche il concetto della diversità e della biodiversità, perché solo il rispetto delle varie esperienze all’interno della comunità può consentire il recupero delle differenze che ci sono tra una realtà e l’altra. Una realtà che necessita delle diversità le quali si ricompongono dentro la comunità per mezzo dei valori tradizionali. In una dimensione locale possiamo dare valore alle diversità e alle differenze. E’ nello scambio tra queste varie diversità che si valorizza l’identità di ciascuno. Identità non è chiusura, ma capacità di confronto con le radici culturali degli altri.
La criminalità organizzata si inserisce con profitto nella filiera della distribuzione del cibo.
Oggi l’agricoltura oggi è in crisi ed è in crisi perché i contadini sono sottopagati. Gran parte del guadagno deriva dall’intermediazione dei prodotti alimentari che non ha bisogno di saperi e conoscenza, ma solo di disporre di un potere economico. In questo modello la mafia si può inserire perché ha a disposizione i capitali. Non serve gran lavoro vero perciò su questo terreno i mafiosi sono forti perché possono esercitare i ricatti di un potere economico. Per questo motivo una vera politica antimafia deve cercare di intervenire nei meccanismi di intermediazione con lo sviluppo di modelli di vendita diretta e di rilocalizzazione dei consumi. Un modello di economia locale è meno controllabile dalla mafia come potere economico.



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