Il buco di bilancio del Comune di Vibo Valentia è l’ennesima riprova dell’incapacità amministrativa dell’attuale giunta guidata dal Sindaco Nicola D’Agostino. E non servono a nulla i tentativi messi in atto per tentare di nascondere e mistificare la realtà delle cose. E’ quanto mai avvilente assistere al declassamento, al deterioramento quotidiano, alla regressione che questa città capoluogo deve subire a causa di una classe dirigente di destra che appare sempre più come un nano nei vestiti di un gigante: approssimazione, improvvisazione ed incompetenza sono il comune denominatore di ogni atto prodotto. Analogamente, l’approvazione del piano di vendita dei beni del comune rientra nel goffo tentativo di rimpinguare casse ormai vuote, ed anche nella volontà politica ben precisa di svendere un patrimonio comune all’interesse di privati capaci di creare profitto a discapito della comunità intera. Appare dunque quanto mai penoso tentare di rabbonire l’opinione pubblica attraverso un decurtamento del dieci percento delle indennità, che ha il solo fine di nascondere guai ben più grossi prodotti. Se questi sono i risultati raggiunti nella sola prima metà del mandato, possiamo stare ben certi che nuovi e maggiori disastri amministrativi accompagneranno questa giunta, su cui la cittadinanza non nutre più alcuna speranza. Del resto, sconosciuti ai più non sono solo gli atti amministrativi prodotti, ma finanche i nomi degli undici assessori che compongono la giunta D’agostino, capaci di vivere nell’ombra, come fantasmi aggirarsi tra le mura di palazzo Luigi Razza, e vivere da parassiti sulle spalle dei cittadini vibonesi. Tutta la città ha ormai preso coscienza che questa amministrazione comunale è un fallimento. Ed è ora di mettere fine all’agonia di questa città.
domenica 15 aprile 2012
Il buco e l'incapacità amministrativa dell’attuale giunta
Il buco di bilancio del Comune di Vibo Valentia è l’ennesima riprova dell’incapacità amministrativa dell’attuale giunta guidata dal Sindaco Nicola D’Agostino. E non servono a nulla i tentativi messi in atto per tentare di nascondere e mistificare la realtà delle cose. E’ quanto mai avvilente assistere al declassamento, al deterioramento quotidiano, alla regressione che questa città capoluogo deve subire a causa di una classe dirigente di destra che appare sempre più come un nano nei vestiti di un gigante: approssimazione, improvvisazione ed incompetenza sono il comune denominatore di ogni atto prodotto. Analogamente, l’approvazione del piano di vendita dei beni del comune rientra nel goffo tentativo di rimpinguare casse ormai vuote, ed anche nella volontà politica ben precisa di svendere un patrimonio comune all’interesse di privati capaci di creare profitto a discapito della comunità intera. Appare dunque quanto mai penoso tentare di rabbonire l’opinione pubblica attraverso un decurtamento del dieci percento delle indennità, che ha il solo fine di nascondere guai ben più grossi prodotti. Se questi sono i risultati raggiunti nella sola prima metà del mandato, possiamo stare ben certi che nuovi e maggiori disastri amministrativi accompagneranno questa giunta, su cui la cittadinanza non nutre più alcuna speranza. Del resto, sconosciuti ai più non sono solo gli atti amministrativi prodotti, ma finanche i nomi degli undici assessori che compongono la giunta D’agostino, capaci di vivere nell’ombra, come fantasmi aggirarsi tra le mura di palazzo Luigi Razza, e vivere da parassiti sulle spalle dei cittadini vibonesi. Tutta la città ha ormai preso coscienza che questa amministrazione comunale è un fallimento. Ed è ora di mettere fine all’agonia di questa città.
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domenica 1 aprile 2012
Appello ai sindaci della provincia di Vibo Valentia: Imu al minimo!
La crisi finanziaria che sta attraversando l’intera euro zona, ed in maniera particolare il nostro paese, sta avendo gravi ripercussioni su intere famiglie, che vedono sempre più assottigliarsi il limite dalla povertà. A noi tutti, al nostro Paese, è stato chiesto di fare grandi sacrifici per riuscire indenni, o quanto meno non troppo distrutti, sia sul piano della competitività che su quello del risanamento, riuscendo a garantire all’Europa la tenuta monetaria necessaria. L’insediarsi del governo Monti, il governo dei tecnici, è stato appunto giustificato dall’attuale stato straordinario ed emergenziale in corso. Ed è stato salutato con favore nell’annuncio di misure eque ed orizzontali. Così, però, non è stato. Il governo Monti ha varato una manovra economica in continuità con le scelte politiche recessive portate avanti dal governo Berlusconi, che garantiscono profitti ai banchieri e agli speculatori facendo pagare la crisi esclusivamente ai pensionati ed ai lavoratori. Stiamo parlando di uomini e donne, nella maggioranza precari o pensionati che vivono la difficoltà economica quotidiana di bassi salari, potere d’acquisto diminuito, su cui si è deciso in maniera inopportuna di far pagare esclusivamente costi di una crisi finanziaria creata dal capitale. I vertici della piramide sociale hanno dunque scelto che i costi della crisi devono essere pagati dalla base, quella che appunto ne sorregge l’intera struttura. Mai come oggi, il vertice e la base sono stati così distanti, in barba a tutti i proclami di equità e giustizia sociale annunciati con gran clamore dall’attuale esecutivo tecnico. A breve, nei prossimi mesi, avremo modo di vedere gli effetti negativi dei provvedimenti del governo sulle famiglie italiane. Fino ad ora l’aumento dell’addizionale regionale Irpef, introdotto dal governo Monti, ha colpito soli i lavoratori del settore privato ma a partire da marzo anche la busta paga dei dipendenti pubblici sarà alleggerita dall'inasprimento della tassa. L’aumento dell’imposta sul reddito delle persone fisiche destinata alle regioni è solo uno dei nuovi balzelli che colpiranno gli italiani: l’aumento delle addizionali regionali, l’eventuale aumento delle addizionali comunali Irpef, sbloccato la scorsa estate dal governo Berlusconi, l'imu sulla prima e sulla seconda casa, ovvero l’imposta municipale unica che ha preso il posto dell’Ici, l’aliquota più alta dell’Iva che salirà fino al 23%, ed ancora l'aumento delle accise e la riforma delle pensioni. In taluni casi il governo nazionale trasforma gli amministratori degli enti locali in veri e propri esattori, gabellieri dello stato, allontanando sempre più la politica dai reali bisogni dei cittadini. Le Giunte e i Sindaci, in un momento gravissimo dal punto di vista economico e sociale per il nostro paese, hanno il dovere di elaborare uno schema di bilancio che tenga conto della disperazione e dello stato di sofferenza in cui versano le aree interne, e non solo, del mezzogiorno d'Italia. Come Partito della Rifondazione Comunista, quello che chiediamo non è di prendere una scelta politica, ma di fare una scelta di coscienza sociale. E lo chiederemo inviando una lettera a tutti i sindaci della nostra provincia. L'Imu rischia di affossare le piccole imprese. Per i proprietari di capannoni, negozi e fondi artigianali si prevedono rincari fino al 90%. Questa imposizione colpisce il diritto all'esistenza di tante famiglie che con grandi sacrifici o attraverso le rendite degli emigranti degli anni 80 si trovano ad avere case ed abitazioni senza possibilità di essere affittate o vendute, e senza avere redditi per il pagamento della stessa. Per tali ragioni, e per un mero senso di giustizia sociale, invitiamo tutti gli Amministratori dei Comuni della provincia di Vibo Valentia a deliberare al minimo (per la prima casa allo 0,2 e per le seconde abitazioni allo 0,76 ) e chiedere alle forze politiche presenti in Parlamento di rivedere i tagli al fondo sperimentale di riequilibrio. Solo la civile protesta dei consigli comunali potrà dare voce al malcontento diffuso delle famiglie meno abbienti e che saranno costretti a pagare un nuovo balzello iniquo e oneroso.
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lunedì 26 marzo 2012
Le balle del governo sull’articolo 18
di Paolo Ferrero
Attorno alla vicenda dell’articolo 18 raccontano un mucchio di balle. La principale è che la tutela dei licenziamenti discriminatori sarebbe stata estesa a tutti i lavoratori e le lavoratrici, anche quelli che lavorano in aziende con meno di 15 dipendenti. Dipinta in questo modo sembrerebbe che l’articolo 18 sia stato addirittura migliorato. Vediamo perché è una balla:
Il governo ha deciso di togliere l’applicazione dell’articolo 18 per quanto riguarda i licenziamenti individuali motivati da ragioni economiche o tecnico organizzative. Che cosa succederà se questa norma andrà in vigore? Il datore di lavoro che vuole licenziare Paolo Ferrero che fa? Semplicemente licenzia il sottoscritto motivandolo con ragioni organizzative, ad esempio che il mio lavoro non c’è più, oppure che la mia professionalità non serve più all’azienda. Dopodiché, io faccio ricorso contro il licenziamento perché la motivazione è falsa in quanto l’azienda ha semplicemente messo un altro lavoratore a fare il lavoro che prima svolgevo io. Il tribunale verifica che ho ragione io e dichiara nullo il licenziamento ma a quel punto non può più ordinare la mia reintegrazione sul posto di lavoro ma solo condannare l’azienda a pagarmi una indennità. In quel modo io non ho più il posto di lavoro e l’azienda mi ha fatto fuori pagando una “multa” di alcune decine di migliaia di euro. Questo perché la motivazione adottata dall’azienda nel licenziarmi non sarebbe più “coperta” dall’articolo 18 che è proprio la norma che permette al magistrato di ordinare la reintegrazione sul posto di lavoro.
L’articolo 18 infatti, al contrario di quel che viene detto, non è una norma contro le discriminazioni ma una norma che prevede la reintegrazione sul posto di lavoro del lavoratore licenziato ingiustamente. Se si toglie la copertura dell’articolo 18, non è più possibile per la magistratura riportare al lavoro chi viene ingiustamente licenziato.
In queste condizioni è evidente che qualsiasi datore di lavoro voglia licenziare un dipendente perché comunista, omosessuale o perché fa rispettare la legge sulla sicurezza nei luoghi di lavoro o si rifiuta di svolgere mansioni non previste dal contratto o perché si lamenta che il padrone non gli paga tutto lo stipendio, non dovrà far altro che licenziare questa persona per ragioni economiche o tecnico organizzative e il gioco è fatto. Quella persona non rientrerà mai più nel suo posto di lavoro.
Qualcuno potrebbe dire: ma a quel punto si fa una causa per dimostrare che il padrone ti ha licenziato non per ragioni economiche ma per ragioni politiche. Sembra facile, ma è pressoché impossibile provare questo fatto, sarebbe una specie di processo alle intenzioni, alle opinioni del datore di lavoro.
La manomissione dell’articolo 18 operata dal governo coincide quindi alla totale libertà di licenziamento da parte dei datori di lavoro in ogni azienda, grande o piccola che sia. Invece di ridurre la precarietà il governo ha reso precari di colpo tutti i lavoratori e tutte le lavoratrici.In pratica il governo ha tolto ai lavoratori la possibilità di essere cittadini nell’ambito del rapporto di lavoro riducendoli a una merce, che ha un certo costo -la multa- ma nessun diritto. Un’altra buona ragione per mandare a casa il più in fretta possibile questo governo dei poteri forti.
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sabato 24 marzo 2012
Manifestazione pro Ospedale, Serra San Bruno. Il volantino del PRC
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domenica 4 marzo 2012
Tassone (PRC): "sul rigassificatore la CGIL ritorni sui suoi passi"
La
segreteria regionale della CGIL si è espressa favorevolmente alla
costruzione del rigassificatore a ridosso del porto di Gioia Tauro.
Come PRC siamo convinti che sull’argomento vadano tenuti due punti
fermi: la buona fede del sindacato e l’inutilità di pregiudizi
ideologici. Tuttavia riteniamo che i compagni della CGIL abbiano
commesso un gravissimo errore.
Il
rigassificatore di Gioia Tauro è contestabile sotto molti profili
(rischio, ambiente ecc.). Ma in particolare è contestabile proprio
sugli aspetti che il sindacato segnala come positivi. Questo impianto
è assolutamente inutile per la Calabria. La nostra regione non ha
bisogno di quel gas. Da anni siamo attraversati da un grande gasdotto
proveniente dal nord Africa mentre parti importanti del territorio
regionale non sono ancora metanizzate. Paradossalmente, quando sarà
terminato il rigassificatore di Gioia Tauro saremo la regione più
gasificata d’Europa e contemporaneamente la meno servita. Sarà
come avere i piedi immersi in una enorme sorgente senza poter bere.
Questo
mostro è un corpo estraneo, non ha alcuna funzionalità rispetto al
modello di sviluppo organico ed auto-centrato di cui la Calabria
avrebbe bisogno. Si potrebbe obiettare: è meglio che niente; ma
purtroppo è meno di niente.
In
primo luogo si contesta la logica secondo la quale bisogna accettare
tutto ciò che porta occupazione, senza badare alla qualità ed alla
quantità della stessa. Se aderissimo a questa opzione dovremmo
accettare ben altro, oltre il rigassificatore. Dovremmo accettare
gli impianti di interramento delle scorie nucleari, gli inceneritori
per bruciare i rifiuti di tutto il mezzogiorno d’Italia, gli
impianti di trattamento dei rifiuti speciali tossici e nocivi da
assimilare a normalissimi impianti industriali; dovremmo accettare
tutte le centrali termoelettriche a turbogas di cui all’accordo
sottoscritto a suo tempo tra la giunta regionale a guida
Chiaravalloti e le società energetiche, accettare la riconversione a
carbone della centrale di Rossano, accettare la centrale a carbone a
Saline Jonica, “et ceteris rebus…”. Insomma, potremmo fare un
lungo elenco di iniziative che, in cambio dell’elemosina di un
pugno di posti di lavoro precario, porterebbero la Calabria a
diventare la pattumiera d’Italia mentre il nord smantella le
industrie inquinanti ed obsolete e si riconverte alle manifatture di
alta qualità ed alle tecnologie avanzate.
In
secondo luogo, pensiamo che le ricadute occupazionali del
rigassificatore saranno irrisorie sia nella fase della costruzione
che della gestione, nonostante il decantato investimento di un
miliardo di euro. Ciò è dimostrato dagli ultimi dieci anni della
nostra storia: sono state realizzate in Calabria varie centrali
termoelettriche a turbogas da 800 megawatt (Altomonte, Rizziconi,
Scandale …) ciascuna delle quali è costata più del miliardo del
rigassificatore, ma non ci pare che se ne sia accorto qualcuno né ci
sembra che si sia verificato un impatto occupazionale significativo.
Il
rigassificatore, quindi, non è utile allo sviluppo della Calabria e
neppure all’autonomia energetica della nazione; peraltro una
nazione piuttosto avara con i calabresi. Esso serve invece a
diversificare le fonti di approvvigionamento delle centrali gasovore
impiantate in Calabria, attualmente dipendenti dagli accordi di
cartello tra Algeria e Russia. In definitiva, serve solo al profitto
delle società energetiche e del gruppo promotore.
Infine,
non si può dimenticare la storia di questa bomba atomica vagante per
la Calabria. Qualche anno fa era stata proposta la sua costruzione a
ridosso del porto di Corigliano: stessi promotori, stesso attrezzo.
Lì il movimento popolare di cittadini, agricoltori, operatori
turistici, insieme al PRC ed alla CGIL, abbiamo sventato
l’operazione. Siamo stati tutti una manica di fessi insieme al
popolo della Sibaritide?
Alla
CGIL chiediamo di tornare sui propri passi, aprendo una discussione
vera ed a tutto campo sul futuro della Calabria. Noi del PRC siamo
disponibili a confrontarci nel merito senza preconcetti, ma con la
convinzione che non si possono assumere decisioni strategiche sulla
testa dei calabresi. Proprio per questo proponiamo di sottoporre a
referendum la costruzione del rigassificatore; saranno così i
calabresi a decidere sul proprio futuro.
03/03/2012
Rocco
Tassone
Segretario
Regionale del PRC
della
Calabria
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Una città sfregiata e offesa
Al peggio non c’è mai fine in questa città! Hanno trasformato la città in una discarica, perché i nostri amministratori non si decidono, per chissà quali oscuri motivi, a far partire la raccolta differenziata nonostante da anni le associazioni ambientaliste cittadine e il nostro partito ne sostengano l’assoluta necessità e urgenza. Stesso comportamento, di totale disinteresse della salute della cittadinanza, lo registriamo per quanto riguarda la qualità dell’aria che respiriamo: infatti da anni le centraline che dovrebbero misurarne la salubrità, sono disattivate e i nostri amministratori non si decidono a rimetterle in funzione. Uguale disinteresse per quanto riguarda l’inquinamento da elettrosmog: non sappiamo a quale intensità siamo soggetti. Ed ancora l’acqua, sempre imbevibile e puzzolente, col fondato sospetto che non sia potabile al di là delle rassicurazioni e delle loro analisi (che non vediamo). A questo dobbiamo aggiungere l’ennesimo scempio di una parte della città vecchia: via Sette Martiri, piccola scalinata sopra la “Cerasarella” che la collega al castello. Un classico in questa città amministrata da persone molto sensibili alla sua cultura e alla sua storia a parole e nelle manifestazioni ufficiali mentre cancellano giorno dopo giorno con lavori devastanti il borgo antico, un continuo danno e sfregio al nostro patrimonio storico-architettonico-culturale senza fine. La cosa più grave è che tutto è avvenuto con l’avallo della Soprintendenza competente, ente che dovrebbe tutelare il bene (nei centri storici l’unico restauro possibile è quello conservativo), ma che fino ad ora ha tutelato lo scempio, gli sfregi e la deturpazione del nostro centro storico dando via libera a lavori realizzati in sfregio al Codice dei Beni Culturali. A questo si aggiunge uno spreco di soldi pubblici (che potevano essere usati per altro) di 200.000 (duecento mila) euro. E pensare che tale scalinata era stata restaurata nel 2009!
Eppure la Soprintendenza era stata avvisata (con fax, fotografie e telefonate) per tempo di quello che stava succedendo e a chi l’aveva contattata aveva dato assicurazioni su un immediato intervento atto ad evitare scempi. Ma con un voltafaccia stupefacente, rimangiandosi la promessa e le assicurazioni a chi aveva segnalato quello che stava avvenendo, questo ente dava il nulla-osta ai lavori che hanno deturpato un angolo storico e caratteristico del borgo antico. Il soprintendente Banchini nell’incontro con i cittadini di qualche giorno, fa pur riconoscendo l’errore del suo ufficio, ha praticamente escluso che si possa ricomporre il luogo, per cui tale oscenità resterà! Per parte nostra valuteremo con un esposto alla magistratura se vi è stata una distruzione di bene monumentale, come noi crediamo, per far pagare i responsabili e per ripristinare quell’angolo storico.
Questa città non merita tanto sfregio e offesa e sarebbe bene che questi amministratori incapaci, senza alcuna sensibilità nei suoi confronti e per i suoi abitanti, se ne vadano presto perché i danni prodotti dalla loro attività amministrativa sono veramente tanti e gravissimi nella storia di questa città.
Enzo Peris
Segreteria provinciale Rifondazione Comunista.
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venerdì 2 marzo 2012
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